concerti e aggiornamento sito

Ci scusiamo, stiamo trasferendo il sito dell’Asilo Occupato su di un nuovo dominio.

a breve aggiornamenti, intanto vi segnaliamo che:


ASILO OCCUPATO – Via Alessandria 12, Torino
Concerto benefit a sostegno della lotta contro i CIE e contro le espulsioni.

Dalle 23 suoneranno:
Lifewreck (Atene, fast hardcore)
http://lifewreck.bandcamp.com/

Dirty Wombs ( Patras, Hardcore punk)
http://dirtywombs.bandcamp.com/

La Gorgia HC (Torino, hardcore di casa)
https://www.facebook.com/pages/La-Gorgia-HC/199366010140980

Miseria (Varese, hardcore / crust)
http://www.miseriapunx.blogspot.it/

My own voice (Milano, Hardcore)
https://www.facebook.com/pages/my-own-voice-hc/266304637394

 

I concerti inizieranno puntuali alle 23. Ingresso gratuito, bar benefit a prezzi popolari! lascia a casa il cane e porta la distro!

È stata approvata da alcuni giorni la legge che riduce notevolmente il tempo massimo di reclusione all’interno dei Cie. Dai 18 mesi, che nel 2011 avevano innalzato la precedente soglia di sei mesi, si è ora tornati a un massimo di 90 giorni di reclusione. Un cambiamento che si verifica in un momento particolare nella storia dei Cie, e con soli 5 Centri aperti sugli 11 esistenti. Non è certo azzardato pensare che le autorità cerchino in questo modo di raffreddare un po’ gli animi dei reclusi per evitare nuovi incendi e rivolte.
Questo cambiamento legislativo nasce da una recente iniziativa dei senatori Manconi e Lo Giudice, membri della Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani del Senato che per tutto il 2013 e per i primi mesi del 2014 si è occupata di Cie, pubblicando nel luglio scorso anche un ampio “Rapporto sui Centri di Identificazione ed Espulsione”. Sulla base di una disamina delle normative vigenti e di una serie di visite nei vari Centri, la Commissione avanza delle proposte al governo attraverso una Risoluzione approvata nel marzo scorso.
Espletate le denunce di rito sulle carenze strutturali e nella gestione dei Cie, sui casi più eclatanti di reclusi che vivono da anni in Italia, Manconi & Co. ribadiscono che, dati alla mano, se il trattenimento dei senza documenti dovrebbe essere una misura eccezionale finalizzata esclusivamente al rimpatrio, i Cie non funzionano granché. La reclusione è infatti molto lunga e assicura solamente l’identificazione ed espulsione di una piccola parte degli immigrati rinchiusi. Di nessun aiuto sono stati da questo punto di vista i 18 mesi. Le statistiche mostrano infatti che ai reclusi o vien dato nome, cognome e nazionalità entro un breve periodo di tempo, o questi sono destinati a rimanere dei Signor nessuno. Per la Commissione i 18 mesi non ha quindi fatto altro che rendere ancor più esasperante la reclusione e numerose le rivolte. Di qui la loro proposta di riportare a 60 giorni il tempo massimo di reclusione in un Cie.

Se puntar tutto sul tempo non è servito a molto, il suggerimento che arriva dai commissari dei diritti umani è quello di concentrarsi maggiormente sullo spazio. Data l’importanza del personale delle rappresentanze diplomatiche per i riconoscimenti e la loro scarsa disponibilità a percorrere centinaia di chilometri per farlo, il modo migliore per garantire identificazioni rapide e certe è far sì che i Cie si trovino il più vicino possibile a ambasciate e consolati. Non come quello di Gradisca, ad esempio, che non avendo sedi diplomatiche vicine era caratterizzato da tempi di reclusione molto superiori alla media.
Oltre a questa soluzione geografica, la Commissione propone di coinvolgere il Ministero degli Affari Esteri affinché realizzi «protocolli di collaborazione con le autorità diplomatiche» così da velocizzare «la procedura di identificazione in carcere e nei Cie ed evitare la prassi diffusa di identificazioni sommarie e superficiali da parte delle autorità consolari». Una volta tolta la scusa della lontananza, serviranno insomma anche una serie d’accordi formali, nero su bianco, che non consentano ai paesi d’origine degli immigrati senza documenti di far finta di niente.
Ma se la ricetta per ridurre ulteriormente i tempi di reclusione è quella di facilitare le espulsioni, gli ingredienti consigliati non finiscono qui. Laddove anche le autorità diplomatiche dovessero fallire e non riuscire nel loro lavoro, non resta che favorire la collaborazione diretta del recluso. L’incentivo pensato per spingere chi è senza documenti a rivelare la propria identità, e farsi deportare, è quella di cancellare automaticamente il divieto di reingresso per chi collabora alla propria identificazione. Oggi infatti chi viene espulso non può rientrare infatti in Italia per un periodo variabile dai 3 ai 5 anni.
«Se ci dai una mano a espellerti, in cambio noi ti consentiamo di riprovare un’altra volta a tornare in Italia, e chissà, magari domani sarai più fortunato», queste potrebbero essere grosso modo le parole con cui gli operatori di un Cie o le forze dell’ordine dovrebbero tentare di convincere il recluso di turno a collaborare. Per i paladini dei diritti umani chi è recluso in un Cie dovrebbe insomma affrontare la vita come se fosse un grande Gioco dell’oca in cui quando si torna al “Via” non è certo il caso di fare drammi, ma solo sperare che il prossimo lancio di dadi sia un po’ più fortunato. Una visione a dir poco sadica, specie se si pensa a quello che può comportare, in questi casi, riprendere i dadi in mano.
Sadismo a parte, tolte le denunce di rito ciò che emerge dal lavoro di questa Commissione è che per tutelare i reclusi è necessario razionalizzare il sistema Cie. Per evitare che la reclusione risulti troppo afflittiva e degradante non resta che oliare e rendere più efficiente la macchina delle espulsioni. Una Risoluzione non molto in linea con quella elaborata dai tutelati, che con incendi, rivolte ed evasioni si ostinano invece a promuovere la libertà e la distruzione dei Centri.

macerie @ Novembre 3, 2014

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Comunicato sulla giornata del 15 ottobre

 

A QUALCUNO PIACE CALDO

 

Il 15 ottobre a Roma si è tenuto un corteo nazionale contro le nuove manovre finanziarie del governo, contro le nuove misure di austerità decise per far fronte allo spettro ormai consunto della crisi. In pratica si è scesi in piazza per rispondere alla minaccia di un’ ennesima stagione di lacrime e sangue a danno dei poveri, sempre costretti a tirare la cinghia, sostenendo rinunce e sfruttamento quotidiani in un mondo pieno di merci e retto dagli interessi dei pochi che possono permettersi di consumarle.

Per gli organizzatori, il carrozzone sinistro dei cittadinisti e degli “indignati” nostrani, doveva essere una marcia pacifica, una passeggiata vivace ma rispettosa per “dire la propria”, per testimoniare timidamente e dentro i ranghi il brusio innocuo delle opinioni. Un pacchetto già pronto, un film già visto e dall’esito prevedibile, tutto negli equilibri di una normalità ben gestita. Il gioco delle parti tra il potere e i recuperatori della rabbia fa macinare il deserto della democrazia reale, soffocando lo scatenarsi delle passioni ostili.

Ma il teatrino questa volta non ha avuto luogo, la sfilata si è infranta con le prime vetrine e lo spettacolo è sfumato tra le nubi di lacrimogeni e la pioggia di pietre.

In via Cavour risuona un ritmo caotico di bancomat e negozi distrutti, un market saccheggiato e le auto in pezzi, cioè l’esprimersi di una furia che solo a tratti prende bene la mira.

Organizzarsi per colpire le banche e la provocazione del lusso è il primo passo per invadere le strade, per abbattere uno a uno i luoghi fisici del nostro sfruttamento. Sapere come e quando farlo è una questione di tempi, spazio e modi tutti da imparare nella pratica: incendiare una macchina per fare una barricata è diverso che farlo nel mezzo di un corteo, mettendo in pericolo il resto dei manifestanti e chi abita nel palazzo di fronte, allontanando inoltre molti possibili complici. Il cappuccio nero e il casco sono accessori utili per proteggersi e rimanere anonimi, non una divisa da esibire. Lasciamo la logica dei blocchi militari alle colonne dei giornali di regime e alle veline delle questure, noi siamo proletari incazzati.

Oggi l’odio verso i padroni e la polizia non è l’esclusiva di sette militanti logorate da anni di isolamento e ricerca del purismo, ma una realtà che entra con prepotenza nelle vita di tantissimi.

Il 14 dicembre a Roma, le battaglie valsusine contro i cantieri del Tav, le rivolte in Grecia e gli espropri di massa a Londra ci dicono qualcosa sulla temperatura sociale del presente in cui viviamo, su quanto la sopportazione sia passata di moda. Che cazzo ce ne frega di gesti dimostrativi e allusioni alla rivolta? Quando finalmente un lunghissimo inverno di pacificazione sembra tirare le cuoia, la ribellione non passa per i simboli, per quanto più belli ed evocativi degli zombi della politica, ma per azioni e strumenti pratici efficaci. Le identità e i feticci ideologici attecchiscono proprio per l’assenza storica dell’insurrezione, mentre oggi coglierne la possibilità significa assumersi la responsabilità di puntare ben più in alto.

La battaglia di piazza San Giovanni è stata un’ occasione per misurarsi con la forza della polizia, dove la giornata ha ripreso il suo respiro di massa. Ad affrontare le cariche c’era davvero gente di ogni tipo ed età, molti a volto scoperto e alla prima esperienza di piazza…niente di preordinato e deciso. Il momento più forte ed esplosivo della manifestazione, quello che ha fatto saltare tutti i piani e scaldato davvero l’aria e gli animi, ha visto come sola protagonista la determinazione a prendersi una piazza e difenderla, la collera diffusa e senza controllo. C’è tanto da imparare da questa dimostrazione di coraggio, da parte soprattutto di ragazzi stanchi e senza bandiere, simili a molti loro coetanei di molte altre città del mondo. Ma quali Black Bloc? Istinto, intelligenza pratica e corrispondenza improvvisa di intenti : assaltare un blindato, rilanciare i lacrimogeni e caricare la polizia .Il grido è Roma Libera. La teppa sa fare da sola.

Organizzazione per bande, affinità di esperienze e amicizie, obbiettivi precisi e agilità sono caratteristiche comuni che ci rendono opachi allo sguardo del nemico. Lo scenario di guerra civile che echeggia da molte parti del mondo, ha infranto l’immagine sbiadita della protesta spagnola…il partito dei cittadini ha perso. Molto più forte è il richiamo della rivolta. Non si torna più indietro…Vaffanculo!

Asilo occupato in via Alessandria 12                                                                                                      Torino 19-10-11

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Cena benefit Radio Blackout 105.250

Martedì 21 Giugno 2011

Cena benefit Radio Blackout 105.250 + Concerto Surf Punk

il menù:

Primo: Insalata di farro / Spaghetti di soia in verdure miste alla Cinese

Secondo: Zucchine ripiene

Contorno:  Carote in agrodolce / Cavolo-Verza con seme di papavero

Dolce: Delizie tropicali

a seguire concerto Surf Punk con…

Seasicksix (Toulouse)

Prof De Skids (Grenoble)

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Cena Radio Blackout 10 maggio

Cena Benefit per Radio Blackout…

il menù di questa serà è:

primo Vegan: pennette, carciofi e pistacchi

primo: Punte di asparagi, pomodorini e crema di asparagi con ricotta salata

secondo: Torretta di melanzane impanate

secondo Vegan: spiedini di melanzane alla paprika

contorno: fagioli all’uccelletto e insalata di cetrioli

dolce: strudel pera e cioccolato

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Cena 26 Aprile

Benefit spese legali e per le necessità quotidiane di tant* amic* coinvolti nei circuiti della povertà e della clandestinità.

Menù:

Primo: Pasta con pomodoro e basilico

Secondo: Frittata di patate alla Spagnola

Secondo Vegan (ESCLUSIVAMENTE PER I VERI VEGANI!!): Patate al forno con contorno di verdure grigliate

Contorno: Insalata mista

Dolce: Pesche ripiene alla piemontese

 

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Cena 12 Aprile 2011

Menù:

Primo: cannelloni ripieni al forno (Vegan)

Secondo: Onza di maiale in crema di funghi /  Polpette Veg

Contorno:

Dolce: Frutta ricoperta di cioccolato fondente

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Cena 5 Aprile 2011

il menù:

primo: Insalata di Orzo

secondo: Insalata di mare O peperoni ripieni

contorno: insalata di spinaci con patate del pastore

dolce: cuore caldo al cioccolato O crostatine vegan ramasin e cioccolato

BENEFIT: Stamperia Occupata

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